Metodo mafioso riconosciuto a clan del Gargano. Soddisfazione dell’Antiracket di Molfetta

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MOLFETTA - È una sentenza che potrebbe essere definita “storica” quella giunta in questi giorni nell’ambito del processo “Tre Moschettieri” ai danni di alcuni elementi di spicco della malavita del Gargano.La Seconda Sezione della Corte d’Appello di Bari ha infatti riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso – andando dunque a riformulare la sentenza pronunciata dal Tribunale di Foggia nel marzo del 2015 – e condannato per reati legati ad attività estorsive gli imputati Luigi Notarangelo a 7 anni di reclusione e 2.600 euro di multa, Giuseppe Notarangelo a 6 anni e 8 mesi di reclusione e 2.000 euro di multa, e Girolamo Perna a 3 anni e 4 mesi e 1.000 euro di multa previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche sulla contestata aggravante.Le continue estorsioni perpetrate dal clan Notarangelo – con al vertice il boss Angelo “cintaridd” Notarangelo, morto ammazzato nel gennaio 2015 – ai danni di alcuni imprenditori di strutture turistiche e ristorative del territorio di Vieste, risalgono addirittura al 2008 fino al 2011. Sono state proprio le vittime a porre fine a tale situazione insostenibile che stava devastando le loro attività denunciando gli estorsori grazie all’aiuto dell’Associazione Antiracket presente sul territorio. Una presenza, quella dell’antiracket, costante in questa vicenda che ha segnato il territorio garganico.La F.A.I. (Federazione Antiracket Italiana) si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Angela Maralfa, assieme all’Associazione Antiracket di Vieste e altresì al Comune di Vieste al Ministero dell’Interno. Alla lettura della sentenza il presidente della F.A.I. – Antiracket Molfetta Associazione Regionale, nonché vicepresidente nazionale, Renato de Scisciolo, ha espresso la sua soddisfazione per un verdetto che si potrebbe definire “esemplare”, il trionfo della legalità e una rinnovata fiducia nella giustizia.Questa è però solo la vittoria di una singola battaglia nel foggiano, dove ancora tanta strada deve essere percorsa per debellare fenomeni criminali legati ad attività di racket e usura. Un territorio in cui si sta cercando di piantare profonde radici di legalità a partire da una fitta campagna prevenzioni e di inviti alla denuncia. Solo in questo modo i risultati potranno fiorire rigogliosi.

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Bari, nel rione Libertà il clan imponeva la “tassa di sovranità”: 6 condannati per estorsione ai negozianti

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Il gup del Tribunale di Bari Antonio Diella ha condannato sei pregiudicati vicini al clan Strisciuglio a pene comprese fra gli 8 anni e 2 mesi di reclusione e i 2 anni e 8 mesi per estorsioni aggravate dal metodo mafioso ai danni di alcuni commercianti del quartiere Libertà di Bari.

 

In particolare il giudice, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, ha condannato Domenico Remini, ritenuto il referente del clan per le estorsioni sul quartiere, alla pena di 8 anni e 2 mesi, il fratello Gaetano alla pena di 5 anni, i sodali Mauro Losacco a 5 anni e 4 mesi, Antonio Monno a 6 anni, Antonio Patruno a 5 anni e 2 mesi e Antonio Sportelli a 3 anni e 2 anni di reclusione.

Stando alle indagini della squadra mobile, coordinate dai pm della Dda di Bari Giuseppe Gatti e Patrizia Rautiis, i sei imputati avrebbero imposto il pizzo ai commercianti del quartiere Libertà di Bari, definendolo “tassa di sovranità”, per almeno due anni – dal 2014 al 2016 – facendosi consegnare dai 600 euro mensili ai 2mila euro nel periodo natalizio. Sono tre gli episodi di estorsioni commessi ai danni di altrettanti negozi di generi alimentari. Le richieste estorsive sarebbero consistite in somme di denaro, “un contributo per gli amici detenuti” dicevano gli indagati, e prodotti alimentari. Alle richieste di denaro sarebbero seguite minacce di ritorsioni in caso di mancati pagamenti, anche ai danni dei familiari dei commercianti. In un caso, quando una delle vittime si sarebbe rifiutata di pagare per difficoltà economiche, il clan lo avrebbe punito con un furto nel suo negozio.

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Bari, estorsione al parroco di San Ferdinando: "I soldi o distruggo la chiesa". Arrestato 31enne

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I carabinieri di Bari hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale del capoluogo pugliese Marco Galesi, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Dentamaro, nei confronti di Amine Chergui, 31 enne tunisino, accusato di estorsione aggravata e continuata ai danni del parroco della chiesa di San Ferdinando.

L'indagine, da cui è scaturito il provvedimento, è partita da una denuncia presentata dal parroco della chiesa di Via Sparano, dopo aver subito gravi minacce a fini estorsivi. Il tunisino, in numerose

 

 occasioni, avrebbe importunato i fedeli e riferito al parroco, al vice parroco e al sacrista, che avrebbe distrutto la chiesa o che avrebbe fatto loro del male, minacciandoli anche di morte, nonché millantando contatti nell'Isis, al fine di indurli a consegnargli denaro.

I fatti sarebbero avvenuti dal 2014 al 2017. Da sottolineare come nella vicenda in esame, sia stato fondamentale non solo l'intervento dei carabinieri, ma anche la piena collaborazione dei religiosi.

 
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Emergenza criminalità in Puglia ospite Teleregione

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Emergenza criminalità in Puglia: ne parliamo questa sera a Fuori dal Coro.
Ospite del faccia a faccia il sindaco di Cerignola Franco Metta.
Ne discutono in studio:
Michele Abbaticchio Sindaco
Vice Presidente Nazionale Associazione "Avviso Pubblico"

Francesco Spina
Ex Sindaco Bisceglie

Renato De Scisciolo
Vice Presidente nazionale Antiracket

Tommaso Sgarro
Capogruppo PD - Consiglio Comunale

 #fuoridalcoro ogni Giovedì alle 21.30 su #Teleregione

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